giovedì, 25 maggio 2006
questo blog non ha più motivo d'essere.e quindi verrà cancellato...
oggi è nato il bimbo di una amica lontana, ho incontrato una collega che mi ha aggiornato sul mio alunno difficile dello scorso anno (che quest'anno ha rifiutato la nuova insegnante, creando non pochi casini e facendo platealmente rimpiangere il mio lavoro con lui). e poi mi sono sentita sola come non mi capitava da tempo (due anni?).
e insomma, cronaca di una morte annunciata (del blog)...
mercoledì, 24 maggio 2006
d.è un collega anziano, sgradevole fisicamente ed eticamente (è di destra, vota berlusconi, è un lavativo che si becca lo stipendio a fine mese senza fare lezione, se ne stà posteggiato in sala docenti tutto il giorno tutti i giorni ad insidiare tutti quelli che lavorano con ironiche proposte di caffè e pausa da impegni). le scuole che, loro malgrado, se lo trovano tra i piedi, provano a liberarsene, ma non ci riescono, perchè il coatto minaccia ritorsioni sindacali (triste primato dei sindacati difendere chi non merita, oltre a chi ha ragione di esser difeso). dall'inizio dell'anno d. mi ha puntato. non sono stata mai abbastanza dura da liquidarlo. non so essere stronza neanche con gli stronzi.e poi d. è soprattutto un povero cristo, solo e rifiutato dal mondo ( a ragione, però). e insomma è tutto l'anno che ogni tanto cedo e mi faccio offrire un caffè, gli altri colleghi mi guardono tra l'ironico e l'indignato, d. è tronfio e orgoglioso di avermi al suo fianco in quei cinque minuti, come fosse una sua personale vittoria sul mondo. ieri mi ha dato un passaggio in stazione, gli ho detto che è strano che due come noi abbiano in fondo (ma molto in fondo) legato, lui ha sorriso istrionico e sgradevole, allora l'ho liquidato dicendogli che forse è perchè siamo due borderline del contesto scolastico, io con le mie nove ore di sostegno e la mia sensibilità ipertrofica, lui col suo assenteismo morale ed esistenziale.forse si è offeso.meglio così.per tutto il passaggio in auto, mi ero sentita cappuccetto rosso nella megamacchina del lupo attempato e lubrico.
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sei
come vorrei
che fossi io
amore mio
senza paure
fai
sempre di me
quello che vuoi
a modo mio
senza rancore
(negramaro)
il guru aveva previsto la ricaduta. sarà la spossatezza di fine anno scolastico, i sospiri strafatti e le ore infinite, l'obbligo solito della pizza di fine d'anno tra colleghi, saranno certi lunghi pomeriggi a letto,lenzuola come funi attorcigliate tra le gambe, stanza in penombra e poca voglia di leggere, sarà il solito languente amor proprio, il mio tumore maligno invisibile, sarà l'infilata di bei film struggenti visti di pomeriggio, in solitudine, tapparelle basse e divano come una zattera da naufragio (the mother, private, fight club).l'estate è una promessa a cui dò poco valore, e so anche perchè...
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sabato, 20 maggio 2006
in visita alla amica neo-mamma depressa.il neonato fa le sue espressioncine nuove di zecca, prime prove di mimica facciale:smorfie, ammiccamenti, sorrisi indecisi che diventano ghigni.ho visto neonati più belli.o forse è solo che questo qui, assomiglia proprio ai genitori.ed è un pò buffo. l'amica lamenta stanchezza cronica, dice che non ha le forze, che quando il piccolo piange non ha nessuna voglia di prenderlo e poi, è stato sfortunato, perchè lei non è una buona mamma.
la depressione ha questo di atroce.ti rende larvale e codarda.hai bisogno degli altri, ti struggi nel tuo malessere, che, alla fine, ti fa sentire, paradossalmente, protetta dai rischi del vivere.puoi rincantucciarti nella tua tana, perchè hai platealmente mollato la spugna.
con l'altra amica in visita commentiamo che la neo-mamma ce la farà,supererà.dentro di me, aggiungo che non dimenticherà mai questo cortocircuito, e ne avrà paura a lungo.quando si esperiscono situazioni così, si resta segnati.forse si diventa anche persone migliori, meno arroganti, più acute, chissà.
ieri col guru si parlava proprio di nevrosi da società del benessere.siamo una generazione senza guerre carestie pandemie, la nostra arroganza da tutto-dovuto ci logora sottilmente e in profondità, ansie da prestazione sostituiscono atavici istinti di sopravvivenza.abbiamo paura di fare figli e ci sentiamo inadeguati quando li facciamo, perchè abbiamo rimosso l'istinto primitivo della sopravvivenza(riflessioni rafforzate dalla recente visione dello strepitoso film di capuano, La guerra di mario).
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venerdì, 19 maggio 2006
il guru mi indottrina con massime zen. ridiamo e diciamo parolacce. mi descrive cose che stò vivendo già per fatti miei, senza il suo permesso. mi parla un pò dei fatti suoi, come una forma di apprezzamento al di fuori del rapporto analista-paziente.o è una strategia, o è molto bravo lui. alla fine pagare mi fa strano, sembra una chiacchiera tra pari, tra persone che se la intendono e si sono scelte. evidentemente è proprio bravo.o sono una paziente fuori dalla norma io.a fine incontro mi dice sorridendo che è stato un piacere, e, con tutto il mio disfattismo, sono certa che non sfotte e non si riferisce alla centoeuro.
quando entra nello studio sono di spalle che studio i balconi di fronte.ironizza sull'eventualità dei miei propositi suicidi (che non ci sono, men che mai da quando ho deciso di incontrare lui). allora gli mostro un balcone spoglio con le serrande serratissime e una gran pianta verde, confezionata in carta gialla, posata sul pavimento come un dono del cielo. poi una verandina con disposizione di piante verdi e fiorite in simmetria millimetrica, il mattonato tirato a cera che si rispecchia nei vetri splendenti. poi un balconcino da pensionati, con l'autocarro in miniatura a pedali in plastica rossa giallo blu del nipotino, le pantofole appena fuori dalla porta finestra, un vecchio tavolo tondo di giunco, polveroso ma dignitoso, con su posato il vaso di gerani ripuliti dei fiori secchi. gli spiego la mia teoria degli interni esteriorizzati, gli interni delle case sono più controllati, i balconi raccontano meglio il vissuto, ci si sente difesi dalle presunte distanze osservative degli altri. il guru si guarda preoccupato il suo di balcone, mi intima di rientrare in fretta, accusandomi di volergli fregare il mestiere.
prima che entrasse ho spiato gli appunti che lascia sul tavolo tra una seduta e l'altra. da personcina educata la volta scorsa gli avevo fatto notare che non deve, non è professionale, e non gli avevo dato che un'occhiata molto timida, pensando alla sofferenza che mi dava immaginare i suoi appunti su me, esposti ad occhi estranei (non so cosa darei per poterli leggere io , visto che di me si tratta). non si sa se perchè distratto, menefreghista o poco professionale, ma gli appunti erano in bella mostra anche oggi. e ho dato un'occhiata.raccogliendo la quasi provocazione. una coetanea con problemi di alimentazione. mi sono sentita salva da problematiche più gravi e meno controllabili delle mie presunte.
ho la sensazione che il guru voglia liquidarmi a breve.la cosa mi riempie di un certo orgoglio.non sono un caso patologico. l'elogio dell'imperfezione, l'invito al rispetto per me stessa, le conferme e la corrispondenza culturale ed emotiva col guru sono un balsamo per l'anima.tempo e soldi ben spesi.con solo un piccolo, un pò dolente, margine di dubbio; qualche ora prima della seduta mi chiedevo cosa mi sarebbe piaciuto accadesse, mi sono risposta che sarebbe stato bello essere liquidata dal guru sorridente. ergo o il guru sa e mi accompagna dove voglio andare, o i progressi ci sono davvero e devo smettere di fare la disfattista.
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giovedì, 18 maggio 2006
in attesa del collegio docenti, prendo un'ora di sole vestita di tutto punto. l'aria è tersa come ad agosto, le ragazzine gridano isteriche ad ogni approccio dei maschi di cui sono corredate. l'odore del mare è intenso come se fosse estate da un mese almeno. qualcuno fa il bagno e avanza prudente nell'acqua fredda. ho trovato nel cofano un vecchio telo scuro, mi sono piazzata a fianco di una mamma con figlia in costume e ombrellone, scopro giusto le spalle, chiudo gli occhi e cuocio al sole dalle tre alle quattro. ascolto. una radio accesa. la bambina spruzza del solare negli occhi della madre che si incazza. la voce di qualche alunna nota che risuona familiare e mi fa irrigidire un pò. mi sento come nell'ultimo fotogramma di mamma roma di pasolini, il protagonista muore e trova finalmente l'unica (ultima) dimensione possibile,la via di fuga dall'irrequietezza dannante, e dice di stare bene, finalmente, solo così. ecco, penso, sono diventata vecchia davvero, mi compiaccio del mio vitalismo mortuario, della nostalgia struggente per le vite perdute, non scelte, la vita degli altri, banale e solida, mi consola della mia complessità. mi ascolto respirare, giro il viso giusto ad evitare il sole diretto, e stò bene così. da sola.
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lunedì, 15 maggio 2006
gli attacchi di panico sono un campanello d'allarme, sono una forma di autodenuncia feroce verso sè stessi ed una manifestazione di fragilità riservata agli occhi stupiti e attenti degli altri. si boccheggia, si manda giù l'aria come fosse indigesta, e se ne ha fame in modo disperato, si ha una visione vertiginosa dello spazio attorno, che si fa contorto fino a dar la sensazione di una nave che va a picco, si suda freddo e si ha mal di pancia, e ci si interroga istericamente sul perchè si stà vivendo una cosa così, su come e quando passerà, sulle terribili colpe bugie fragilità che ci destinano a situazioni che sembrano non riguardare gli universi equilibrati e cazzuti degli altri. l'analista-guru libertario mi ha chiesto di diarizzare il panico, da brava malata immaginaria (perchè così ci si sente, quando i bubboni sono invisibili e dell'anima) non lo faccio, fingendomi ora guarita (ma si guarisce?) (e sono mai stata malata?), ora ottimista (non era un attacco di panico, solo una botta, piccola, di ansia mal gestita!), ora svogliata e scettica (tutte cazzate, sto bene, sto meglio).
due sedute sono niente. ma è incredibile l'effetto che fa la rassicurazione. e parlare con chi non sa, raccontarsi rivisitando, scavando in direzioni nuove. e poi il guru non è tanto perfetto da farmi sentire ancora e sempre inferiore, e dice cose facili ma sagge del tipo impara ad essere gentile con te stessa, perchè la psiche è malleabile e finisce per prendere la forma che tu vuoi darle ("ma allora -mi illumino lo interrompo e intervengo io- l'autolesionismo ha la stessa radice dell'innamoramento, nasce dall'insistenza ossessiva" e lui mi liquida dicendo che se devo parlare tanto tutto il tempo, interrompendolo di continuo, farei bene a starmene a casa mia a risparmiare le centoeuro della seduta).
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domenica, 07 maggio 2006
della serie colonne sonore esistenziali...
Nothing unusual nothing strange
close to nothing at all
the same old scenario the same old rain
and there's no explosions here
then something unusual something strange
comes from nothing at all
i saw a spaceship fly by your window
did you see it disappear?
amie come sit on my wall & read me a story of old
tell it like you still believe that the end of the century
brings a change for you and me
-damien rice, Amie
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mercoledì, 03 maggio 2006
lo studio dell'analista ha pareti azzurro carta da zucchero, una vecchia libreria nientedichè e una grande scrivania scura. sulla scrivania: fazzoletti pronti all'uso (che ho evitato di guardare tutto il tempo, tanto terrore mi incutevano), una teiera molto zen in ghisa, un libro di auden ("la verità vi prego sull'amore") e cimeli disposti a scacchiera in un angolo (tra cui, annoto mentalmente con orrore e sgomento, una piccola piramide in giada, proprio di quelle del tipo souvenir prolet dall'egittologo sotto casa).
mi chiedo che ci faccio qui.perchè ho bisogno di pagare per raccontare i miei soliti due fatti ossessivi a questo sconosciuto.lo sconosciuto,poi, mi parla di un amore infelice, di una tizia che l'ha lasciato nonostante tutto, se la prende col papa e coi cattolici (la tizia rinunciataria,ribadisce astioso e con disprezzo, era una "Cattolica").la cosa mi conforta (l'analista è più pazzo di me) e mi sgomenta (nessuno al mondo potrà mai strapparmi alla mie sorti accidiose).poi, più tardi, una volta fuori, libera, come dopo un esame all'università, mi son domandata se non era un trucco per studiarmi meglio.e comunque, a proposito di messaggi subliminali, vado a comprarmi auden.
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mercoledì, 26 aprile 2006
le vecchiette del reparto ortopedia sono perse in pigiami troppo larghi, infagottate in pannoloni che le fanno sembrare mostruosi neonati.sono rattrappite come vecchissime tartarughe, e spiumate, con i capelli radi tagliati corti e pettinati indietro, bianchi e stopposi.alcune sono gonfie, come di una sostanza che nulla a che fare col grasso corporeo, e la pelle lucida del volto e delle mani è tesa.
mia nonna ci osserva con lo sguardo appannato; il nipote in visita le ricorda il marito morto (che nella memoria viene ammantato di tenerezza,in vita non ricordo di aver mai notato tra loro nulla di diverso dall'abitudine), io vengo assomigliata alla nipote grande, la bella di famiglia: gli occhi, i capelli.
alla cugina bella ho sempre invidiato la dolcezza stilnovista del volto, i lunghi capelli setosi, il taglio d'occhi perfetto,e, naturalmente, mi sento una copia sbiadita di tanta grazia, nonostante mio padre ribadisca che "in effetti qualcosa..."
poi le vecchiette vengono messe di fronte a pietanze ospedalizie, che hanno l'odore acre un pò ammoniacale del cibo scotto e ripassato.la nonna mangia con appetito; la sua fame nevrotica è come una protesta, a ribadire la ferma intenzione di voler vivere, ancora.una signora senza parenti, con figlio a torino, cerca di farsi adottare e ci parla,quando andremo via ci saluterà con la mano,mesta e grata,come fossimo davvero i suoi parenti.e dovessimo tornare.
un' infermiera informa che è morta alida valli.le vecchie annuiscono sapute con sorrisi sgangati; la morte tutti riguarda.
una tra le altre ha occhi vivaci e un bel naso sottile (gli altri volti hanno tratti caricaturali, resi più brutti dalla malagrazia del tempo trascorso); la vecchiaia, imprime un marchio ancora piu feroce alla bellezza che resiste.
finita la visita, con passo spedito ci allontaniamo.una delle vecchie più contorte ci ha protestato dietro, come un anatema, che "è una ruota".
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domenica, 16 aprile 2006
Mi capita di accompagnare gruppi alla scoperta del territorio, in veste di iscritta ad una colta associazione culturale, senza fini di lucro. qualche tempo fa, in preda ad uno dei miei voli affabulatorio-pindarici, mentre dissertavo, ai piedi di uno straordinario castello svevo immerso in una luce dorata e teatrale, di vanità imperiale, di ideologie che si oggettivizzano in monumentali autoritratti e della valenza ambigua (luce, pietra, labirinto) dei castelli romanici, mi sono accorta che un signore si stava commuovendo. Ho seguito sgomenta le sue lacrime scivolare piano sul viso congestionato dall’emozione, poi ho abbassato lo sguardo, sentendomi vagamente colpevole. La sensazione che mi resta, di quella situazione che resta lì sospesa (come potevo indagare sul perché, in quel momento, poi ?), è che mi sono vista nel signore piangente. Pur non sapendo su chi, o su cosa stesse piangendo.
Considerazione pasquale1: mai più dichiarare in sala docenti di essere laica. Le colleghe mi hanno evitato come la peste, forse per timore che le azzannassi se avessero osato farmi gli auguri.
Considerazione pasquale2: la mia alunna l. mi pensa (mi ha fatto uno squilletto pasquale). Gongolo di questa conferma affettiva. Faccio un lavoro di cui non sono tanto convinta, ma, almeno, forse, lo faccio bene.
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venerdì, 14 aprile 2006
e comunque queste elezioni non è che le abbiamo vinte.una vittoria di pirro, tutti esangui.e mezza italia vota ancora il caimano.
una moschina si aggrappa alla zanzariera, faccio per liberarla, poi ci ripenso; il mio gatto vivrà il suo momento di gloria-svago, atterrandola con una zampata secca. l'amarezza rende cattivi.
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sabato, 08 aprile 2006
ho incrociato per strada una bambina portata per mano dal padre, aveva un espressione seria e gli occhi chiusi, e andava. mi sono ricordata che da piccola facevo lo stesso, e che mia madre stava un pò al gioco poi si dimenticava e finiva che prendevo un ostacolo in pieno e piangevo sconsolata, con corredo di suoi rimproveri sullo sfondo. era un atto di fiducia assoluta, un modo di sperimentare il mondo potenziando sensi trascurati, un tentativo di principesco isolamento dalla normalità affannata degli altri.vorrei riprovarci oggi,ma sarebbe grottesco,i privilegi dell'infanzia non ritornano.
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mercoledì, 05 aprile 2006
di luigi tenco mi ha parlato mio padre, a un certo punto della mia adolescenza.poi un pò mi ha raccontato di cinema e di sessantotto.poca roba.poi basta.grandi silenzi, su cui oggi svetta il castello della mia insicurezza.anche se, passati i sedici anni, bisognerebbe smettere di attribuire colpe, ed essere responsabili, non solo consapevoli.
mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcuno da sognare
mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare sola
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.
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venerdì, 31 marzo 2006
"Noi si è i pettirossi, Saverio." Iniziava sempre così, bisbigliandomi dalla sua altitudine questa constatazione che a me suonava insieme misteriosa ed esaltante, non avendo mai visto un pettirosso ed immaginandomelo come un uccello meraviglioso. "Noi libertari si è pettirossi, coraggiosi come quell'uccellino di tanto tempo fa che volle andare dal falchetto. Vuoi che te la conto ancora?"
Non aspettava mai che io gli dicessi di sì.
"Allora, c'era questo pettirosso, piccolo che lo tenevi nel pugno della mano, ma con le sue idee che nessuno riusciva a togliergliele dal capo. Voleva volare in quà e in là a vedere il mondo, becchettare dove c'era da sfamarsi, e non gli piaceva per nulla che gli avessero assegnato il suo posticino e morta lì. Così che un giorno prese il coraggio a quattro mani e si presentò dal signor falchetto, il re degli uccelli del bosco. 'Vorrei il permesso, signoria, di andare un po' dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono.' Così gli disse, e intanto gli tremavano tutte le penne. Il falchetto s'adombròimmediatamente e fece la voce grossa: 'Questa è una faccenda che non mi piace per nulla. Tu devi mettere la testa a posto e non star a disturbare con le tue pretese. Fila via o chiamo le gazze.' E nel dirgli questo, senza neppure farci caso, gli diede una zampata che gli artigliò a sangue un'ala.
L’aveva pagata cara quell’uccelletto la sua smania di libertà. Ma testardo com’era, in due o tre giorni era di nuovo in aria a volare. Certo, alla bell’e meglio, che arrancava dietro alla sua aluccia offesa tutto di sghimbescio . Sembrava diventato un pagliaccio tanto era buffo come si era ingegnato di volare con un’ala sola. E tutti gli uccelli giù a ridere. E ridevano a crepapelle anche il signor falchetto e le gazze. Così che dal gran ridere nessuno si accorgeva che ogni giorno che passava il pettirosso volava sempre più in alto e un po’ più in là del posto che gli avevano assegnato. E il giorno che il falchetto se n’è accorto il pettirosso oramai volava così in su che dall’alto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine”.
dal bel romanzo di maggiani, il coraggio del pettirosso, intensa storia di amore e anarchia che mi ha tenuto compagnia e innamorato in questi giorni, e che mi è rimasta dentro come fosse stata condivisa,vissuta(straordinaria fathia, struggente saverio), identificazione gravida di buone cose, dono grandissimo della grande letteratura.
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martedì, 28 marzo 2006
Poi nasce il bimbo dell’ennesima amica.e la si va a trovare. Si ascolta rabbrividendo il resoconto di un parto cruento, chiedendosi come si possa sopravvivere a tanto, poi si guarda con poca convinzione la propria amica e la di lei compagna di stanza, che ha pure figliato, e si riflette che, per quanto sconvolgente, alla fine il parto di naturale ha questo; che il giorno dopo già sei all’opera con la cacca del pargolo, e sei in piedi, anche se tirano i punti, e, quindi, sei più che sopravvissuta. Il bimbo nuovo ti pare un piccolo alieno saggio e stanco, miagola come un gattino, apre gli occhi che non vedono ancora, ma si attacca al seno con un istinto che lascia senza fiato. L' amica mostra senza pudore due tette enormi venate di celeste, la vestaglia si solleva sulle gambe gonfie, la pancia è ancora piena (anche se vuota!).questo è l’altro fenomeno che crea distinzioni tra chi ha partorito e chi mai; il corpo si riprende imperioso il suo ruolo animale, non c’è convenzione e sovrastruttura culturale che tenga.si va via incerti e spaventati (farò mai un figlio? com'è che sono diventata tanto cinica?).
poi stamattina fuori da scuola ero ferma a guardare il mare (la mia è una scuola sul mare), il cielo sfumava nell'orizzonte liquido, l'aria era tiepida di sole e tutta azzurra, c'era il signore col cane che non obbedisce, la coppietta, il papà con bimbetto che raccoglie sassi, alcuni studenti poggiati come fagotti a riva, tra l'ingombro degli zaini e le giacche levate. e ho pensato a questo bambino nuovo, e al fatto che va bene che qualcun'altro sia arrivato a godere di mattine cosi.
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sabato, 25 marzo 2006
Ci sono giorni molto più faticosi di altri.in cui si guarda basso tutto il tempo e ci si deve costringere a guardar su, altrimenti è tutto un ipotetico insistere a scavare il fondo, a cercare con gli occhi della mente un posto in cui nascondersi.sono giorni in cui mi chiedo, e mi rispondo da me, quanto grave sia la mia smania depressiva, visto che in genere la metabolizzo, più o meno,ma poi arrivo a un punto di insostenibilità che mi fa tremare per la sua violenza.
Poi arrivano le risposte; può essere che lo schifo del vivere, il cortocircuito motivazionale, salti, perché è morta, a neanche trent’anni, la ragazza della porta accanto, non si come, non si sa perché, non importa neanche, in fondo.e mi sono ritrovata a piangermi addosso per la gratuità del male, per l’enormità dell’ingiustizia, che pure so essere insita nell’idea del vivere. In visita alla madre senza lacrime,smagrita e tutta ombre, che mi accarezza le mani (che sono fredde e sudate) e mi chiede di dare valore a questa morte, vivendo bene, godendo il mondo, smettendo ansie e patemi che sono niente a fronte del vero niente, rispondo con un fiume di lacrime di cui mi vergogno, piango il mio vivere da morta, piango sui miei rimpianti, sulla pigrizia intellettuale, sulla sfiducia che mi avanza ormai riguardo gli altri, che sfocia in una anaffettività sciocca, che non sa esistere davvero e va a singhiozzo, piango di senso di colpa, di non piangere sulla radiosa dolcissima ragazza incenerita, ma su quest’altra ragazza che sono, quando vivo senza convinzione,ora distratta ora ossessionata dalla ricerca di senso.
Aspetto che questo buio si stemperi, anche solo per il subentrare di un istinto di sopravvivenza muto e sordo.e spero in un'attesa non troppo lunga.
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martedì, 21 marzo 2006
ci sono canzoni che ti formano, o ti rovinano, non so.questa è una di quelle.
brucio viva all'incrocio dei venti, ho dubbi sempre, leggo di notte e di notte muoio, ho cantato riso stonato da ragazzina (e anche adesso), mi è dolce la pioggia nelle scarpe e anche la solitudine.se sono andata lontano, non posso mica dirlo, è una lunga strada, questa.
ci sono giorni in cui ne vado fiera.giorni in cui vorrei rinascere persona facile...
Santa Lucia, per tutti quelli che hanno
gli occhi e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito.
Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro,
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l'anima e le ali.
Per chi vive all'incrocio dei venti
ed è bruciato vivo,
per le persone facili che non hanno dubbi mai,
per la nostra corona di stelle e di spine,
per la nostra paura del buio e della fantasia.
Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata
e un ragazzino al secondo piano che canta,
ride e stona perchè vada lontano,
fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe,
anche la solitudine.
de gregori
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domenica, 19 marzo 2006
leggo con la mia alunna leopardi.sono convinta che l' arte, in forma di letteratura pittura musica fotografia, ha spessore reale quando è in grado di veicolare senso.se si è curiosi disposti sensibili,se si è umili, a prescindere dagli strumenti di cui ci fornisce il nostro vissuto e la nostra formazione critica, il messaggio ,qualunque esso sia, s'insinua e ci arricchisce.la collega che fa sostegno all'altra alunna diversamente abile presente in classe,mi faceva, un pò acidamente, notare che l. non capisce cose ben più facili delle poesie di leopardi, insinuando che probabilmente non faccio bene il mio lavoro, e che dovrei abbassare il livello dei miei interventi didattici.
la mia collega non sa che la sua alunna mi ha chiesto, in gran segreto, se potevo essere io la sua insegnante di sostegno, avanzando poi la proposta di destinare l. alla sua docente. e comunque l., dopo aver studiato per casa il passero solitario, mi ha convinto dell'importanza di analizzare con lei leopardi, citandomi, per fatti suoi, senza sollecitazioni da parte mia,e alludendo a se stessa, il verso quanto somiglia il tuo costume al mio, verso con cui il poeta si identifica col passero solitario, raccontando, così le avevo spiegato, con grazia letteraria rara e struggente, la sua condizione rispetto alla società tronfia e fiduciosa nelle magnifiche sorti e progressive del genere umano e che, guarda un pò, l. ha associato alla sua condizione di diversa in un sistema di tronfi tutti uguali. tant'è.
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giovedì, 16 marzo 2006
Vengo pagata dal ministero dell’istruzione ogni mese per fare il capro espiatorio. Ingoio l’indigeribile dolore del mondo offeso, quotidianamente. Ho alunni diversamente abili da accudire e da difendere. Sotto il segno dell’impotenza. Perché per quanto mi sforzi, miracoli non ne so fare. i miei alunni sono fragili, infantili, isolati; lo svantaggio sociale, il deficit mentale, li destinerà ad una vita dura; pagheranno, sempre, per la loro diversità. il mio ruolo è di renderli invisibili, devo fare in modo che fingano una normalità che non disturbi, il sistema non deve essere frenato da angosce improduttive, da incubi di ingiustizie gratuite irrisolvibili, i ragazzi e le ragazze devono poter essere insensibili alle foglie, per poter continuare a investire tempo e denaro genitoriale in ricariche telefoniche. La mia alunna (quest’anno ne seguo due) ha protestato che nessuna delle compagne le mandava sms, o la chiamava mai, allora le ho dato il mio numero e le ho detto che se aveva voglia poteva fare gli squilletti a me, piuttosto che a loro, le avrei risposto, se potevo. Ho ricevuto i suoi squilli per un paio di settimane, una media di sei sette al giorno. E se non rispondevo, mi risquillava all’infinito, si dava pace solo a risposta compiuta. Non per niente l. ha un deficit mentale medio, eppure la disperazione della solitudine, del rifiuto che le altre le riservano, la investe come un treno, come a qualunque adolescente isolata e infelice. Ci siamo accordate per uno squilletto domenicale, le rispondo subito, e lei il giorno dopo a scuola ribadisce l’evidenza( "ieri ti ho fatto uno squillo, prof! Te ne ho fatto uno solo? e tu mi hai risposto! "), così, per la soddisfazione di aver rispettato la regola, per la soddisfazione di aver avuto la sua piccola conferma invece del solito lapidario silenzio-rifiuto.
alcuni colleghi mi soppesano con scetticismo, credono che il mio lavoro sia meno dignitoso del loro, costretti (da chi?) a tenere a bada classi di normodotati viziati e arroganti, altri per un po’ devono aver pensato che ero diversamente abile pure io, data la vicinanza ai casi critici, pochi mi guardano compassionevoli, come se la mia fosse una colpa (insegnare a un unico alunno, per giunta deficitario!), una sola, la migliore tra le insegnanti curriculari incontrate quest’anno, disponibile e autorevole, preparatissima e umile, amata da alunni e colleghi, stronzi e no, si è detta felice di avermi come collega a inizio d’anno: aveva sentito parlare di me dalla figlia, che mi ha conosciuta come insegnante di italiano lo scorso anno (sembra che io goda di una buona fama come docente delle mie materie).
"siamo poveri davvero se non siamo altro che sani di mente" (Winnicott)
postato da esulipensieri
martedì, 14 marzo 2006
tutto sta a iniziare.poi il senso si condensa.certo a "fare per fare" ci si sente stupidi.se questo è un messaggio in bottiglia, bisognerà aspettare conferma.vabbè.adesso vediamo.
postato da esulipensieri
questo blog non ha più motivo d'essere.e quindi verrà cancellato...
oggi è nato il bimbo di una amica lontana, ho incontrato una collega che mi ha aggiornato sul mio alunno difficile dello scorso anno (che quest'anno ha rifiutato la nuova insegnante, creando non pochi casini e facendo platealmente rimpiangere il mio lavoro con lui). e poi mi sono sentita sola come non mi capitava da tempo (due anni?).
e insomma, cronaca di una morte annunciata (del blog)...
mercoledì, 24 maggio 2006
d.è un collega anziano, sgradevole fisicamente ed eticamente (è di destra, vota berlusconi, è un lavativo che si becca lo stipendio a fine mese senza fare lezione, se ne stà posteggiato in sala docenti tutto il giorno tutti i giorni ad insidiare tutti quelli che lavorano con ironiche proposte di caffè e pausa da impegni). le scuole che, loro malgrado, se lo trovano tra i piedi, provano a liberarsene, ma non ci riescono, perchè il coatto minaccia ritorsioni sindacali (triste primato dei sindacati difendere chi non merita, oltre a chi ha ragione di esser difeso). dall'inizio dell'anno d. mi ha puntato. non sono stata mai abbastanza dura da liquidarlo. non so essere stronza neanche con gli stronzi.e poi d. è soprattutto un povero cristo, solo e rifiutato dal mondo ( a ragione, però). e insomma è tutto l'anno che ogni tanto cedo e mi faccio offrire un caffè, gli altri colleghi mi guardono tra l'ironico e l'indignato, d. è tronfio e orgoglioso di avermi al suo fianco in quei cinque minuti, come fosse una sua personale vittoria sul mondo. ieri mi ha dato un passaggio in stazione, gli ho detto che è strano che due come noi abbiano in fondo (ma molto in fondo) legato, lui ha sorriso istrionico e sgradevole, allora l'ho liquidato dicendogli che forse è perchè siamo due borderline del contesto scolastico, io con le mie nove ore di sostegno e la mia sensibilità ipertrofica, lui col suo assenteismo morale ed esistenziale.forse si è offeso.meglio così.per tutto il passaggio in auto, mi ero sentita cappuccetto rosso nella megamacchina del lupo attempato e lubrico.
postato da esulipensieri
sei
come vorrei
che fossi io
amore mio
senza paure
fai
sempre di me
quello che vuoi
a modo mio
senza rancore
(negramaro)
il guru aveva previsto la ricaduta. sarà la spossatezza di fine anno scolastico, i sospiri strafatti e le ore infinite, l'obbligo solito della pizza di fine d'anno tra colleghi, saranno certi lunghi pomeriggi a letto,lenzuola come funi attorcigliate tra le gambe, stanza in penombra e poca voglia di leggere, sarà il solito languente amor proprio, il mio tumore maligno invisibile, sarà l'infilata di bei film struggenti visti di pomeriggio, in solitudine, tapparelle basse e divano come una zattera da naufragio (the mother, private, fight club).l'estate è una promessa a cui dò poco valore, e so anche perchè...
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sabato, 20 maggio 2006
in visita alla amica neo-mamma depressa.il neonato fa le sue espressioncine nuove di zecca, prime prove di mimica facciale:smorfie, ammiccamenti, sorrisi indecisi che diventano ghigni.ho visto neonati più belli.o forse è solo che questo qui, assomiglia proprio ai genitori.ed è un pò buffo. l'amica lamenta stanchezza cronica, dice che non ha le forze, che quando il piccolo piange non ha nessuna voglia di prenderlo e poi, è stato sfortunato, perchè lei non è una buona mamma.
la depressione ha questo di atroce.ti rende larvale e codarda.hai bisogno degli altri, ti struggi nel tuo malessere, che, alla fine, ti fa sentire, paradossalmente, protetta dai rischi del vivere.puoi rincantucciarti nella tua tana, perchè hai platealmente mollato la spugna.
con l'altra amica in visita commentiamo che la neo-mamma ce la farà,supererà.dentro di me, aggiungo che non dimenticherà mai questo cortocircuito, e ne avrà paura a lungo.quando si esperiscono situazioni così, si resta segnati.forse si diventa anche persone migliori, meno arroganti, più acute, chissà.
ieri col guru si parlava proprio di nevrosi da società del benessere.siamo una generazione senza guerre carestie pandemie, la nostra arroganza da tutto-dovuto ci logora sottilmente e in profondità, ansie da prestazione sostituiscono atavici istinti di sopravvivenza.abbiamo paura di fare figli e ci sentiamo inadeguati quando li facciamo, perchè abbiamo rimosso l'istinto primitivo della sopravvivenza(riflessioni rafforzate dalla recente visione dello strepitoso film di capuano, La guerra di mario).
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venerdì, 19 maggio 2006
il guru mi indottrina con massime zen. ridiamo e diciamo parolacce. mi descrive cose che stò vivendo già per fatti miei, senza il suo permesso. mi parla un pò dei fatti suoi, come una forma di apprezzamento al di fuori del rapporto analista-paziente.o è una strategia, o è molto bravo lui. alla fine pagare mi fa strano, sembra una chiacchiera tra pari, tra persone che se la intendono e si sono scelte. evidentemente è proprio bravo.o sono una paziente fuori dalla norma io.a fine incontro mi dice sorridendo che è stato un piacere, e, con tutto il mio disfattismo, sono certa che non sfotte e non si riferisce alla centoeuro.
quando entra nello studio sono di spalle che studio i balconi di fronte.ironizza sull'eventualità dei miei propositi suicidi (che non ci sono, men che mai da quando ho deciso di incontrare lui). allora gli mostro un balcone spoglio con le serrande serratissime e una gran pianta verde, confezionata in carta gialla, posata sul pavimento come un dono del cielo. poi una verandina con disposizione di piante verdi e fiorite in simmetria millimetrica, il mattonato tirato a cera che si rispecchia nei vetri splendenti. poi un balconcino da pensionati, con l'autocarro in miniatura a pedali in plastica rossa giallo blu del nipotino, le pantofole appena fuori dalla porta finestra, un vecchio tavolo tondo di giunco, polveroso ma dignitoso, con su posato il vaso di gerani ripuliti dei fiori secchi. gli spiego la mia teoria degli interni esteriorizzati, gli interni delle case sono più controllati, i balconi raccontano meglio il vissuto, ci si sente difesi dalle presunte distanze osservative degli altri. il guru si guarda preoccupato il suo di balcone, mi intima di rientrare in fretta, accusandomi di volergli fregare il mestiere.
prima che entrasse ho spiato gli appunti che lascia sul tavolo tra una seduta e l'altra. da personcina educata la volta scorsa gli avevo fatto notare che non deve, non è professionale, e non gli avevo dato che un'occhiata molto timida, pensando alla sofferenza che mi dava immaginare i suoi appunti su me, esposti ad occhi estranei (non so cosa darei per poterli leggere io , visto che di me si tratta). non si sa se perchè distratto, menefreghista o poco professionale, ma gli appunti erano in bella mostra anche oggi. e ho dato un'occhiata.raccogliendo la quasi provocazione. una coetanea con problemi di alimentazione. mi sono sentita salva da problematiche più gravi e meno controllabili delle mie presunte.
ho la sensazione che il guru voglia liquidarmi a breve.la cosa mi riempie di un certo orgoglio.non sono un caso patologico. l'elogio dell'imperfezione, l'invito al rispetto per me stessa, le conferme e la corrispondenza culturale ed emotiva col guru sono un balsamo per l'anima.tempo e soldi ben spesi.con solo un piccolo, un pò dolente, margine di dubbio; qualche ora prima della seduta mi chiedevo cosa mi sarebbe piaciuto accadesse, mi sono risposta che sarebbe stato bello essere liquidata dal guru sorridente. ergo o il guru sa e mi accompagna dove voglio andare, o i progressi ci sono davvero e devo smettere di fare la disfattista.
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giovedì, 18 maggio 2006
in attesa del collegio docenti, prendo un'ora di sole vestita di tutto punto. l'aria è tersa come ad agosto, le ragazzine gridano isteriche ad ogni approccio dei maschi di cui sono corredate. l'odore del mare è intenso come se fosse estate da un mese almeno. qualcuno fa il bagno e avanza prudente nell'acqua fredda. ho trovato nel cofano un vecchio telo scuro, mi sono piazzata a fianco di una mamma con figlia in costume e ombrellone, scopro giusto le spalle, chiudo gli occhi e cuocio al sole dalle tre alle quattro. ascolto. una radio accesa. la bambina spruzza del solare negli occhi della madre che si incazza. la voce di qualche alunna nota che risuona familiare e mi fa irrigidire un pò. mi sento come nell'ultimo fotogramma di mamma roma di pasolini, il protagonista muore e trova finalmente l'unica (ultima) dimensione possibile,la via di fuga dall'irrequietezza dannante, e dice di stare bene, finalmente, solo così. ecco, penso, sono diventata vecchia davvero, mi compiaccio del mio vitalismo mortuario, della nostalgia struggente per le vite perdute, non scelte, la vita degli altri, banale e solida, mi consola della mia complessità. mi ascolto respirare, giro il viso giusto ad evitare il sole diretto, e stò bene così. da sola.
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lunedì, 15 maggio 2006
gli attacchi di panico sono un campanello d'allarme, sono una forma di autodenuncia feroce verso sè stessi ed una manifestazione di fragilità riservata agli occhi stupiti e attenti degli altri. si boccheggia, si manda giù l'aria come fosse indigesta, e se ne ha fame in modo disperato, si ha una visione vertiginosa dello spazio attorno, che si fa contorto fino a dar la sensazione di una nave che va a picco, si suda freddo e si ha mal di pancia, e ci si interroga istericamente sul perchè si stà vivendo una cosa così, su come e quando passerà, sulle terribili colpe bugie fragilità che ci destinano a situazioni che sembrano non riguardare gli universi equilibrati e cazzuti degli altri. l'analista-guru libertario mi ha chiesto di diarizzare il panico, da brava malata immaginaria (perchè così ci si sente, quando i bubboni sono invisibili e dell'anima) non lo faccio, fingendomi ora guarita (ma si guarisce?) (e sono mai stata malata?), ora ottimista (non era un attacco di panico, solo una botta, piccola, di ansia mal gestita!), ora svogliata e scettica (tutte cazzate, sto bene, sto meglio).
due sedute sono niente. ma è incredibile l'effetto che fa la rassicurazione. e parlare con chi non sa, raccontarsi rivisitando, scavando in direzioni nuove. e poi il guru non è tanto perfetto da farmi sentire ancora e sempre inferiore, e dice cose facili ma sagge del tipo impara ad essere gentile con te stessa, perchè la psiche è malleabile e finisce per prendere la forma che tu vuoi darle ("ma allora -mi illumino lo interrompo e intervengo io- l'autolesionismo ha la stessa radice dell'innamoramento, nasce dall'insistenza ossessiva" e lui mi liquida dicendo che se devo parlare tanto tutto il tempo, interrompendolo di continuo, farei bene a starmene a casa mia a risparmiare le centoeuro della seduta).
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domenica, 07 maggio 2006
della serie colonne sonore esistenziali...
Nothing unusual nothing strange
close to nothing at all
the same old scenario the same old rain
and there's no explosions here
then something unusual something strange
comes from nothing at all
i saw a spaceship fly by your window
did you see it disappear?
amie come sit on my wall & read me a story of old
tell it like you still believe that the end of the century
brings a change for you and me
-damien rice, Amie
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mercoledì, 03 maggio 2006
lo studio dell'analista ha pareti azzurro carta da zucchero, una vecchia libreria nientedichè e una grande scrivania scura. sulla scrivania: fazzoletti pronti all'uso (che ho evitato di guardare tutto il tempo, tanto terrore mi incutevano), una teiera molto zen in ghisa, un libro di auden ("la verità vi prego sull'amore") e cimeli disposti a scacchiera in un angolo (tra cui, annoto mentalmente con orrore e sgomento, una piccola piramide in giada, proprio di quelle del tipo souvenir prolet dall'egittologo sotto casa).
mi chiedo che ci faccio qui.perchè ho bisogno di pagare per raccontare i miei soliti due fatti ossessivi a questo sconosciuto.lo sconosciuto,poi, mi parla di un amore infelice, di una tizia che l'ha lasciato nonostante tutto, se la prende col papa e coi cattolici (la tizia rinunciataria,ribadisce astioso e con disprezzo, era una "Cattolica").la cosa mi conforta (l'analista è più pazzo di me) e mi sgomenta (nessuno al mondo potrà mai strapparmi alla mie sorti accidiose).poi, più tardi, una volta fuori, libera, come dopo un esame all'università, mi son domandata se non era un trucco per studiarmi meglio.e comunque, a proposito di messaggi subliminali, vado a comprarmi auden.
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mercoledì, 26 aprile 2006
le vecchiette del reparto ortopedia sono perse in pigiami troppo larghi, infagottate in pannoloni che le fanno sembrare mostruosi neonati.sono rattrappite come vecchissime tartarughe, e spiumate, con i capelli radi tagliati corti e pettinati indietro, bianchi e stopposi.alcune sono gonfie, come di una sostanza che nulla a che fare col grasso corporeo, e la pelle lucida del volto e delle mani è tesa.
mia nonna ci osserva con lo sguardo appannato; il nipote in visita le ricorda il marito morto (che nella memoria viene ammantato di tenerezza,in vita non ricordo di aver mai notato tra loro nulla di diverso dall'abitudine), io vengo assomigliata alla nipote grande, la bella di famiglia: gli occhi, i capelli.
alla cugina bella ho sempre invidiato la dolcezza stilnovista del volto, i lunghi capelli setosi, il taglio d'occhi perfetto,e, naturalmente, mi sento una copia sbiadita di tanta grazia, nonostante mio padre ribadisca che "in effetti qualcosa..."
poi le vecchiette vengono messe di fronte a pietanze ospedalizie, che hanno l'odore acre un pò ammoniacale del cibo scotto e ripassato.la nonna mangia con appetito; la sua fame nevrotica è come una protesta, a ribadire la ferma intenzione di voler vivere, ancora.una signora senza parenti, con figlio a torino, cerca di farsi adottare e ci parla,quando andremo via ci saluterà con la mano,mesta e grata,come fossimo davvero i suoi parenti.e dovessimo tornare.
un' infermiera informa che è morta alida valli.le vecchie annuiscono sapute con sorrisi sgangati; la morte tutti riguarda.
una tra le altre ha occhi vivaci e un bel naso sottile (gli altri volti hanno tratti caricaturali, resi più brutti dalla malagrazia del tempo trascorso); la vecchiaia, imprime un marchio ancora piu feroce alla bellezza che resiste.
finita la visita, con passo spedito ci allontaniamo.una delle vecchie più contorte ci ha protestato dietro, come un anatema, che "è una ruota".
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domenica, 16 aprile 2006
Mi capita di accompagnare gruppi alla scoperta del territorio, in veste di iscritta ad una colta associazione culturale, senza fini di lucro. qualche tempo fa, in preda ad uno dei miei voli affabulatorio-pindarici, mentre dissertavo, ai piedi di uno straordinario castello svevo immerso in una luce dorata e teatrale, di vanità imperiale, di ideologie che si oggettivizzano in monumentali autoritratti e della valenza ambigua (luce, pietra, labirinto) dei castelli romanici, mi sono accorta che un signore si stava commuovendo. Ho seguito sgomenta le sue lacrime scivolare piano sul viso congestionato dall’emozione, poi ho abbassato lo sguardo, sentendomi vagamente colpevole. La sensazione che mi resta, di quella situazione che resta lì sospesa (come potevo indagare sul perché, in quel momento, poi ?), è che mi sono vista nel signore piangente. Pur non sapendo su chi, o su cosa stesse piangendo.
Considerazione pasquale1: mai più dichiarare in sala docenti di essere laica. Le colleghe mi hanno evitato come la peste, forse per timore che le azzannassi se avessero osato farmi gli auguri.
Considerazione pasquale2: la mia alunna l. mi pensa (mi ha fatto uno squilletto pasquale). Gongolo di questa conferma affettiva. Faccio un lavoro di cui non sono tanto convinta, ma, almeno, forse, lo faccio bene.
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venerdì, 14 aprile 2006
e comunque queste elezioni non è che le abbiamo vinte.una vittoria di pirro, tutti esangui.e mezza italia vota ancora il caimano.
una moschina si aggrappa alla zanzariera, faccio per liberarla, poi ci ripenso; il mio gatto vivrà il suo momento di gloria-svago, atterrandola con una zampata secca. l'amarezza rende cattivi.
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sabato, 08 aprile 2006
ho incrociato per strada una bambina portata per mano dal padre, aveva un espressione seria e gli occhi chiusi, e andava. mi sono ricordata che da piccola facevo lo stesso, e che mia madre stava un pò al gioco poi si dimenticava e finiva che prendevo un ostacolo in pieno e piangevo sconsolata, con corredo di suoi rimproveri sullo sfondo. era un atto di fiducia assoluta, un modo di sperimentare il mondo potenziando sensi trascurati, un tentativo di principesco isolamento dalla normalità affannata degli altri.vorrei riprovarci oggi,ma sarebbe grottesco,i privilegi dell'infanzia non ritornano.
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mercoledì, 05 aprile 2006
di luigi tenco mi ha parlato mio padre, a un certo punto della mia adolescenza.poi un pò mi ha raccontato di cinema e di sessantotto.poca roba.poi basta.grandi silenzi, su cui oggi svetta il castello della mia insicurezza.anche se, passati i sedici anni, bisognerebbe smettere di attribuire colpe, ed essere responsabili, non solo consapevoli.
mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcuno da sognare
mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare sola
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.
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venerdì, 31 marzo 2006
"Noi si è i pettirossi, Saverio." Iniziava sempre così, bisbigliandomi dalla sua altitudine questa constatazione che a me suonava insieme misteriosa ed esaltante, non avendo mai visto un pettirosso ed immaginandomelo come un uccello meraviglioso. "Noi libertari si è pettirossi, coraggiosi come quell'uccellino di tanto tempo fa che volle andare dal falchetto. Vuoi che te la conto ancora?"
Non aspettava mai che io gli dicessi di sì.
"Allora, c'era questo pettirosso, piccolo che lo tenevi nel pugno della mano, ma con le sue idee che nessuno riusciva a togliergliele dal capo. Voleva volare in quà e in là a vedere il mondo, becchettare dove c'era da sfamarsi, e non gli piaceva per nulla che gli avessero assegnato il suo posticino e morta lì. Così che un giorno prese il coraggio a quattro mani e si presentò dal signor falchetto, il re degli uccelli del bosco. 'Vorrei il permesso, signoria, di andare un po' dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono.' Così gli disse, e intanto gli tremavano tutte le penne. Il falchetto s'adombròimmediatamente e fece la voce grossa: 'Questa è una faccenda che non mi piace per nulla. Tu devi mettere la testa a posto e non star a disturbare con le tue pretese. Fila via o chiamo le gazze.' E nel dirgli questo, senza neppure farci caso, gli diede una zampata che gli artigliò a sangue un'ala.
L’aveva pagata cara quell’uccelletto la sua smania di libertà. Ma testardo com’era, in due o tre giorni era di nuovo in aria a volare. Certo, alla bell’e meglio, che arrancava dietro alla sua aluccia offesa tutto di sghimbescio . Sembrava diventato un pagliaccio tanto era buffo come si era ingegnato di volare con un’ala sola. E tutti gli uccelli giù a ridere. E ridevano a crepapelle anche il signor falchetto e le gazze. Così che dal gran ridere nessuno si accorgeva che ogni giorno che passava il pettirosso volava sempre più in alto e un po’ più in là del posto che gli avevano assegnato. E il giorno che il falchetto se n’è accorto il pettirosso oramai volava così in su che dall’alto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine”.
dal bel romanzo di maggiani, il coraggio del pettirosso, intensa storia di amore e anarchia che mi ha tenuto compagnia e innamorato in questi giorni, e che mi è rimasta dentro come fosse stata condivisa,vissuta(straordinaria fathia, struggente saverio), identificazione gravida di buone cose, dono grandissimo della grande letteratura.
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martedì, 28 marzo 2006
Poi nasce il bimbo dell’ennesima amica.e la si va a trovare. Si ascolta rabbrividendo il resoconto di un parto cruento, chiedendosi come si possa sopravvivere a tanto, poi si guarda con poca convinzione la propria amica e la di lei compagna di stanza, che ha pure figliato, e si riflette che, per quanto sconvolgente, alla fine il parto di naturale ha questo; che il giorno dopo già sei all’opera con la cacca del pargolo, e sei in piedi, anche se tirano i punti, e, quindi, sei più che sopravvissuta. Il bimbo nuovo ti pare un piccolo alieno saggio e stanco, miagola come un gattino, apre gli occhi che non vedono ancora, ma si attacca al seno con un istinto che lascia senza fiato. L' amica mostra senza pudore due tette enormi venate di celeste, la vestaglia si solleva sulle gambe gonfie, la pancia è ancora piena (anche se vuota!).questo è l’altro fenomeno che crea distinzioni tra chi ha partorito e chi mai; il corpo si riprende imperioso il suo ruolo animale, non c’è convenzione e sovrastruttura culturale che tenga.si va via incerti e spaventati (farò mai un figlio? com'è che sono diventata tanto cinica?).
poi stamattina fuori da scuola ero ferma a guardare il mare (la mia è una scuola sul mare), il cielo sfumava nell'orizzonte liquido, l'aria era tiepida di sole e tutta azzurra, c'era il signore col cane che non obbedisce, la coppietta, il papà con bimbetto che raccoglie sassi, alcuni studenti poggiati come fagotti a riva, tra l'ingombro degli zaini e le giacche levate. e ho pensato a questo bambino nuovo, e al fatto che va bene che qualcun'altro sia arrivato a godere di mattine cosi.
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sabato, 25 marzo 2006
Ci sono giorni molto più faticosi di altri.in cui si guarda basso tutto il tempo e ci si deve costringere a guardar su, altrimenti è tutto un ipotetico insistere a scavare il fondo, a cercare con gli occhi della mente un posto in cui nascondersi.sono giorni in cui mi chiedo, e mi rispondo da me, quanto grave sia la mia smania depressiva, visto che in genere la metabolizzo, più o meno,ma poi arrivo a un punto di insostenibilità che mi fa tremare per la sua violenza.
Poi arrivano le risposte; può essere che lo schifo del vivere, il cortocircuito motivazionale, salti, perché è morta, a neanche trent’anni, la ragazza della porta accanto, non si come, non si sa perché, non importa neanche, in fondo.e mi sono ritrovata a piangermi addosso per la gratuità del male, per l’enormità dell’ingiustizia, che pure so essere insita nell’idea del vivere. In visita alla madre senza lacrime,smagrita e tutta ombre, che mi accarezza le mani (che sono fredde e sudate) e mi chiede di dare valore a questa morte, vivendo bene, godendo il mondo, smettendo ansie e patemi che sono niente a fronte del vero niente, rispondo con un fiume di lacrime di cui mi vergogno, piango il mio vivere da morta, piango sui miei rimpianti, sulla pigrizia intellettuale, sulla sfiducia che mi avanza ormai riguardo gli altri, che sfocia in una anaffettività sciocca, che non sa esistere davvero e va a singhiozzo, piango di senso di colpa, di non piangere sulla radiosa dolcissima ragazza incenerita, ma su quest’altra ragazza che sono, quando vivo senza convinzione,ora distratta ora ossessionata dalla ricerca di senso.
Aspetto che questo buio si stemperi, anche solo per il subentrare di un istinto di sopravvivenza muto e sordo.e spero in un'attesa non troppo lunga.
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martedì, 21 marzo 2006
ci sono canzoni che ti formano, o ti rovinano, non so.questa è una di quelle.
brucio viva all'incrocio dei venti, ho dubbi sempre, leggo di notte e di notte muoio, ho cantato riso stonato da ragazzina (e anche adesso), mi è dolce la pioggia nelle scarpe e anche la solitudine.se sono andata lontano, non posso mica dirlo, è una lunga strada, questa.
ci sono giorni in cui ne vado fiera.giorni in cui vorrei rinascere persona facile...
Santa Lucia, per tutti quelli che hanno
gli occhi e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito.
Santa Lucia per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge
e cade sul suo ultimo metro,
per gli amici che vanno e ritornano indietro
e hanno perduto l'anima e le ali.
Per chi vive all'incrocio dei venti
ed è bruciato vivo,
per le persone facili che non hanno dubbi mai,
per la nostra corona di stelle e di spine,
per la nostra paura del buio e della fantasia.
Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata
e un ragazzino al secondo piano che canta,
ride e stona perchè vada lontano,
fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe,
anche la solitudine.
de gregori
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domenica, 19 marzo 2006
leggo con la mia alunna leopardi.sono convinta che l' arte, in forma di letteratura pittura musica fotografia, ha spessore reale quando è in grado di veicolare senso.se si è curiosi disposti sensibili,se si è umili, a prescindere dagli strumenti di cui ci fornisce il nostro vissuto e la nostra formazione critica, il messaggio ,qualunque esso sia, s'insinua e ci arricchisce.la collega che fa sostegno all'altra alunna diversamente abile presente in classe,mi faceva, un pò acidamente, notare che l. non capisce cose ben più facili delle poesie di leopardi, insinuando che probabilmente non faccio bene il mio lavoro, e che dovrei abbassare il livello dei miei interventi didattici.
la mia collega non sa che la sua alunna mi ha chiesto, in gran segreto, se potevo essere io la sua insegnante di sostegno, avanzando poi la proposta di destinare l. alla sua docente. e comunque l., dopo aver studiato per casa il passero solitario, mi ha convinto dell'importanza di analizzare con lei leopardi, citandomi, per fatti suoi, senza sollecitazioni da parte mia,e alludendo a se stessa, il verso quanto somiglia il tuo costume al mio, verso con cui il poeta si identifica col passero solitario, raccontando, così le avevo spiegato, con grazia letteraria rara e struggente, la sua condizione rispetto alla società tronfia e fiduciosa nelle magnifiche sorti e progressive del genere umano e che, guarda un pò, l. ha associato alla sua condizione di diversa in un sistema di tronfi tutti uguali. tant'è.
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giovedì, 16 marzo 2006
Vengo pagata dal ministero dell’istruzione ogni mese per fare il capro espiatorio. Ingoio l’indigeribile dolore del mondo offeso, quotidianamente. Ho alunni diversamente abili da accudire e da difendere. Sotto il segno dell’impotenza. Perché per quanto mi sforzi, miracoli non ne so fare. i miei alunni sono fragili, infantili, isolati; lo svantaggio sociale, il deficit mentale, li destinerà ad una vita dura; pagheranno, sempre, per la loro diversità. il mio ruolo è di renderli invisibili, devo fare in modo che fingano una normalità che non disturbi, il sistema non deve essere frenato da angosce improduttive, da incubi di ingiustizie gratuite irrisolvibili, i ragazzi e le ragazze devono poter essere insensibili alle foglie, per poter continuare a investire tempo e denaro genitoriale in ricariche telefoniche. La mia alunna (quest’anno ne seguo due) ha protestato che nessuna delle compagne le mandava sms, o la chiamava mai, allora le ho dato il mio numero e le ho detto che se aveva voglia poteva fare gli squilletti a me, piuttosto che a loro, le avrei risposto, se potevo. Ho ricevuto i suoi squilli per un paio di settimane, una media di sei sette al giorno. E se non rispondevo, mi risquillava all’infinito, si dava pace solo a risposta compiuta. Non per niente l. ha un deficit mentale medio, eppure la disperazione della solitudine, del rifiuto che le altre le riservano, la investe come un treno, come a qualunque adolescente isolata e infelice. Ci siamo accordate per uno squilletto domenicale, le rispondo subito, e lei il giorno dopo a scuola ribadisce l’evidenza( "ieri ti ho fatto uno squillo, prof! Te ne ho fatto uno solo? e tu mi hai risposto! "), così, per la soddisfazione di aver rispettato la regola, per la soddisfazione di aver avuto la sua piccola conferma invece del solito lapidario silenzio-rifiuto.
alcuni colleghi mi soppesano con scetticismo, credono che il mio lavoro sia meno dignitoso del loro, costretti (da chi?) a tenere a bada classi di normodotati viziati e arroganti, altri per un po’ devono aver pensato che ero diversamente abile pure io, data la vicinanza ai casi critici, pochi mi guardano compassionevoli, come se la mia fosse una colpa (insegnare a un unico alunno, per giunta deficitario!), una sola, la migliore tra le insegnanti curriculari incontrate quest’anno, disponibile e autorevole, preparatissima e umile, amata da alunni e colleghi, stronzi e no, si è detta felice di avermi come collega a inizio d’anno: aveva sentito parlare di me dalla figlia, che mi ha conosciuta come insegnante di italiano lo scorso anno (sembra che io goda di una buona fama come docente delle mie materie).
"siamo poveri davvero se non siamo altro che sani di mente" (Winnicott)
postato da esulipensieri
martedì, 14 marzo 2006
tutto sta a iniziare.poi il senso si condensa.certo a "fare per fare" ci si sente stupidi.se questo è un messaggio in bottiglia, bisognerà aspettare conferma.vabbè.adesso vediamo.
postato da esulipensieri
